di Paolo Rada

Una delle parole che maggiormente vengono utilizzate oggi è la parola precario con tutti i suoi possibili derivati : precarizzazione, generazione precaria ecc. Naturalmente, tutto ciò ha un giusto significato : nessuno potrebbe negare che attualmente l’individuo, il cittadino dell’ Occidente moderno vive in una situazione di estrema precarietà. Il problema che,  però vorremmo porre è relativo al fatto che, solitamente, chi utilizza questa parola lo fa, solamente, per attribuire ad essa significati che hanno attinenza  con la sfera economico-produttiva dell’essere umano. Dunque generazione precaria andrà a significare che, rispetto alla generazioni precedenti, i giovani che oggi si affacciano sul mercato del lavoro saranno dei precari a vita, sarà loro impossibile avere o trovare l’agognato posto fisso , lo sperato contratto a tempo indeterminato. Certo, tutto ciò è vero… Quello su cui noi vorremmo, però soffermarci non riguarda l’entrata e la permanenza nel mondo del lavoro, ma quella che si potrebbe chiamare precarizzazione dei sentimenti, precarizzazione della vita in generale.

L’uomo dell’antichità, vivendo in una società chiusa, non conosceva il concetto di mobilità sociale ne è prova l’odio, il disprezzo che, ancora, fin nel medioevo veniva data alla ricchezza ma la sua vita poggiava su determinate certezza, che facevano sì che l’uomo era come se fosse protetto dall‘ ambiente circostante, ove per ambiente circostante intendiamo la cultura, le sue credenze, i suoi affetti in senso lato.

Quali erano le certezze su cui si fondava l’esistenza di siffatta umanità ? Vediamo, non essendo il nostro un piccolo saggio, ma un articolo che, prendendo spunto dall’attualità, vorrebbe far riflettere il lettore, di elencarle brevemente.

Prima di far ciò vogliamo ricordare a chi ci sta leggendo che precarizzazione è l’esatto contrario di certezza, che società mobile significa società precaria, che società aperta significa società per forza di cose precaria. In ogni caso vediamo di elencare le principali certezze  su cui poggiava la vita dell’uomo sino a due-trecento anni fa e che l’avanzare, inesorabile, della modernità laica hanno distrutto e reso l’uomo sempre più precario e solo.

1)    La prima certezza su cui si fondava la vita dell’uomo dell’ Ancien Régime riguardava il credere che  con la morte fisica l’ uomo non finiva la sua esistenza, ma che, se egli si fosse, comportato bene, avesse seguito i precetti della sua religione, in un’ottica di tipo teistico, avrebbe avuto accesso al Paradiso. A noi non importa stabilire se, effettivamente, dopo la morte fisica vi sarà un’ altra vita. Quello che vorremmo trasmettere al lettore è il fatto che siffatta credenza, certezza permetteva all’uomo di vivere in modo molto più sereno, pacato. L’uomo religioso vivrà sicuramente in modo meno frenetico, meno attaccato ai beni materiali la sua propria esistenza in questo mondo. Per lui la morte non sarà un evento tragico ed ineluttabile che pone fine alla sua esistenza, ma sarà invece l’inizio di una nuova vita, anzi della vera vita. Pensate la differenza che intercorre tra la tragicità della morte per l’uomo di oggi  tra ospedali, cure, case di riposo, ma soprattutto con l’idea che tutto sta per finire con chi invece, credendo nell’al di la spera  di poter accedere  a livelli superiori di esistenza, spera di poter giungere in Paradiso.

2)    La seconda certezza che fondava la vita dell’uomo dell’ Ancien Régime riguardava la sfera propriamente affettiva. Non era contemplato il divorzio… L’uomo, e la donna di allora erano sicuri, certi che una volta sposatosi nulla, nessun evento traumatico o meno sarebbe venuto a distruggere l’unità familiare.  La vita poggiava su questa apodittica certezza, sulla consapevolezza che, per quanto riguarda la sfera affettiva dei sentimenti, nulla avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi, nulla avrebbe potuto cambiare la solidità immobile del nucleo familiare… Che  distanza abissale con l’uomo contemporaneo sempre sottoposto alla spada di Damocle rappresentata dalla possibile fine della relazione affettiva, dalla possibile fine, qualora vi sia ancora, del nucleo familiare. Come può, oggi l’essere umano vivere serenamente una qualsiasi relazione affettiva sapendo, già dal principio, che  il  proprio partner (ci si perdoni l’utilizzo di questa lingua barbara…) potrebbe tranquillamente, per i più svariati motivi,  porre fine alla relazione stessa ? E’ normale che in una situazione siffatta nascono gelosie, invidie, non fiducia verso l’altro/a… Come potrà l’uomo di oggi essere sereno, tranquillo, se manca a lui/ lei  la serenità in famiglia… a questo ha portato la legge sul divorzio : ha portato alla precarizzazione dei sentimenti, che, è forse, uno dei motivi maggiori dello squilibrio psichico che attanaglia l’uomo di oggi… La legge sul divorzio fu votata prima in parlamento, e poi voluta dal popolo nel 1974, con la bocciatura del referendum abrogativo, pensando che essa  avrebbe reso l’uomo più libero… Niente di tutto ciò! Anzi l’esatto contrario! Il popolo, il proletariato, coloro i quali, appartenendo alle classi più disagiate, fondavano la propria vita non su ricchezze, sulla mobilità della vita, ma solo su chiare e solide basi affettive sono state le prime vittime della legge sul divorzio… Per coloro i quali,  non avendo ricchezze, lusso, seconde case ecc… ma ponendo, invece, quale fondamento della propria vita la sfera prettamente affettiva la liceità del divorzio è stata una sciagura. Certo, il divorzio è stata una legge ad uso e consumo delle classi agiate per le quali il matrimonio e/o la sfera affettiva in genere  sono un corollario, non rappresentano una delle solide basi della propria esistenza… Non è casuale che i drammi in famiglia, a cui assistiamo sempre più, avvengono in famiglie proletarie, in famiglie monoreddito… Tolta la certezza di una tranquilla ed immobile vita familiare la vita nella famiglia con la spada di Damocle della possibile separazione, rottura dell’unità familiare è divenuta fonte di gelosie, di violenze, di incertezza, di PRECARIETA’…

3)     L’ultimo punto sul quale vorremmo soffermarci riguarda la sfera prettamente lavorativa, quella che viene, dibattuta anche oggi… l’uomo dell’ Ancien Régime era certo del suo lavoro : non vi era l’alienazione capitalista, non vi erano le fabbriche, non vi era la produzione in serie, non vi era l’accumulazione… Quasi sempre l’uomo dei bei tempi antichi avrebbe svolto nel suo divenire empirico la stessa identica professione del padre, non era attanagliato dalla ricerca del lavoro, dalla ricerca del posto fisso…

Vediamo ora di riassumere brevemente l’orizzonte mentale dell’uomo di oggi e paragonarlo all’orizzonte mentale dell’uomo prima della rivoluzione francese:

Uomo di oggi : non crede in Dio, non ha nessuna certezza di vita una volta finita l’esistenza terrena; vive con la spada di Damocle della possibile rottura in qualsiasi momento dei propri rapporti affettivi, della propria unità familiare: non ha nessuna certezza, nessuna stabilità  in campo affettivo-sentimentale; non ha nessun tipo di certezza riguardo il proprio lavoro, riguardo il proprio futuro a livello economico, anzi.. . L’uomo di oggi è in una condizione di precarietà e di incertezza costante.

Uomo dell’Ancien Régime : crede in Dio, affronta la morte con serenità sapendo che la vera vita incomincerà nel momento della morte fisica; vive con serenità i propri rapporti sentimentali e affettivi; non è alla ricerca spasmodica del posto fisso. Il lavoro per lui sarà quasi sempre quello del padre. L’uomo premoderno era in una condizione di certezza  e di stabilità a tutti i livelli dell’esistenza : non era un precario…

A tutto ciò è stato dato il nome di progresso : Complimenti mondo moderno!